lunedì 12 agosto 2019
sabato 3 agosto 2019
Se vi dovesse capitare di andare in Guatemala e passare dalle parti di Santa Gertrudis dove abbiamo il nostro progetto, beh, ecco la novità: da pochi giorni si può soggiornare, fare colazione, pranzare e cenare all'interno del nostro Comedor Infantil. Un'occasione di autofinanziamento creata dal nostro amico fraterno Alvaro Aguilar Aldana, referente Ains onlus da sempre. Il nostro è un lungo e paziente lavoro per cercare di rendersi utili per quello che si può. Vi aspettiamo se passate di li. Dimenticavo: tutto in regola pagando le tasse, facendo fattura. Ciò che rimane finanzia il progetto.
Quante volte in Guatemala con Alvaro si ragionava su come fare impresa per finanziare il Comedor Infantil e dare una speranza a chi vive nella baraccopoli di Santa Gertrudis. Apriamo una panetteria? Una pizzeria? Un supermercato? Un ristorante? Dovevamo prima o poi dare una svolta per non dipendere sempre e solo dalle donazioni. Anche, perche' la solidarieta' è importante, ma non solo. E poi,un giorno, ecco l'idea: booking e tutti quei sistemi di ospitalità affittando stanze. Ora ne abbiamo 6, di stanze, e aspettiamo viaggiatori perché la gente si muove a passa prima o poi anche da noi.
Il 30 agosto riparto per il Guatemala. Ho trovato un volo economico via Miami a poco più di 700 euro per fermarmi poco (9 giorni) e poi ritornare. Avevo in programma la partenza per ottobre ma in quel periodo ci sono troppe scadenze per cui ho anticipato. Andrò ad incontrare le amiche che fanno funzionare il Comedor Infantil, i professori e gli studenti del Collegio Tecnologico Solidale, i 40 bambini e i 26 anziani che tutti i giorni frequentano la struttura e poi per abbracciare Alvaro, la mente di tutto quello che stiamo contribuendo a costruire nella baraccopoli di Santa Gertrudis. Come sempre grazie a Giulia che mi permette di partire e....-30 alla partenza.
Per chi volesse contribuire economicamente (non al viaggio, quello me lo pago come sempre io) al progetto, ecco il nostro IBAN IT70 W076 0111 3000 0004 6330 429. Continuiamo a rimanere solidali.
Per chi volesse contribuire economicamente (non al viaggio, quello me lo pago come sempre io) al progetto, ecco il nostro IBAN IT70 W076 0111 3000 0004 6330 429. Continuiamo a rimanere solidali.
sabato 29 giugno 2019
POTREMMO
ESSERE NOI, SU QUELLE BARCHE ABBANDONATE IN MARE
Monica Triglia
Anni fa ho
trascorso sei mesi con Medici senza Frontiere, un’esperienza da cui è
nato un libro.
Ricordo bene quanto, i primi tempi,
fossi presa ad appuntare situazioni e contesti e progetti che andavo visitando
e a registrare interviste. Un impegno totalizzante, a cui si aggiungeva la
concentrazione nel “salvare me stessa” dalle difficoltà di quei viaggi.
Erano difficoltà non solo materiali –
che pure esistevano – ma soprattutto psicologiche, perché sbattere contro
situazioni terribili di cui molto avevo letto ma niente visto si era rivelata
una prova difficilissima per me.
Poi, all’alba dell’ultimo giorno
dell’ultimo viaggio, in Malawi, è successo che mi affacciassi alla finestra di
un ambulatorio di Msf. E lì, in quell’istante, ho finalmente visto. E capito.
Ho visto una fila lunghissima, centinaia
e centinaia di metri credo, di mamme di non più di 15 anni che portavano sulle
spalle i loro bambini. Ragazzine che avevano camminato tutta la notte scalze
nella terra rossa di quel Paese per poter arrivare all’unico presidio medico
dove avrebbero ricevuto i farmaci necessari a tenere sotto controllo la loro
sieropositività. Erano state infettate dai mariti, ma mai avrebbero potuto
parlare con loro della malattia, perché sarebbero state immediatamente
ripudiate e cacciate di casa.
Non c’è possibilità di vita in Malawi
per una donna ripudiata e cacciata.
Così quelle quasi-bambine si prendevano
i figli in spalla. Ai mariti dicevano che li avrebbero portati dal medico.
Anche se dal medico in realtà sarebbero andate loro.
Io mi ricordo bene. Quella fila
lunghissima e il mio pensiero in quell’istante:
“Che cosa ho io più di loro? Cosa ho fatto
io meglio di loro?».
La risposta, ovvia, era niente. Non
avevo niente di più o di migliore rispetto a quelle donne, se non la fortuna
gigantesca di essere nata in un’altra parte del mondo.
Ecco, oggi io vorrei che quelli
che abbandonano in mare per giorni poche decine di disperati, che quelli
che fanno leggi per ricacciarli nei lager libici, che quelli che lasciano
morire un papà e la sua bambina al confine degli Stati Uniti (nella foto
in alto) “perché qui tutti non ci stanno”, che quelli che urlano “chiudiamo i
porti” e se ne fanno vanto, ecco vorrei che per un attimo si fermassero su quel
mio stesso pensiero.
Potremmo essere noi su quelle barche in
mezzo al mare. Potremmo essere noi in fondo al mare. Potremmo essere
noi rinchiusi in un Paese che tortura e uccide. Potremmo essere noi a
morire al confine di un Paese che non ci vuole.
Potremmo essere noi. Che non abbiamo
altri meriti se non la fortuna di essere nati qui.
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