mercoledì 14 febbraio 2018

Per raccontare e far conoscere quello che facciamo con il progetto "l'Armadio dei Pigiami" in collaborazione con l'APS Borgo Ticino, ecco l'intervista a Vito Bellino della giornalista Daniela Scherrer.

Si parte con una semplice misurazione della pressione arteriosa. Si arriva dove è praticamente impossibile se operi nella frenesia di una corsia d’ospedale, ossia a creare un rapporto di counseling con l’interlocutore. E’ l’infermieristica del territorio, che a Pavia sta vivendo una esperienza speciale in Borgo Ticino, grazie all’impegno congiunto del presidente di Ains Ruggero Rizzini, della presidente dell’Aps locale Liala Marchetti e della Cooperativa ConVoi, presieduta da Enrica Maiocchi, che mette a disposizione il personale. Si tratta dell’infermiere di quartiere, presente nella sede dell’Aps di via dei Mille ogni settimana, al mercoledì, dalle 15 alle 17.
In quella zona decentrata di Pavia, dove gli anziani avvertono decisamente la mancanza di una sede territoriale dell’Asl, l’infermiere di quartiere bussa alla porta dell’Associazione borghigiana e, tra un ballo e una partita a carte, si mette a disposizione per alcune prestazioni infermieristiche ma, spesso, diventa per gli utenti anche un prezioso interlocutore per un consiglio o semplicemente per una parola di incoraggiamento. Un vero e proprio “counselor”, insomma.
A ricoprire il ruolo adesso è Vito Bellino, 31 anni, infermiere domiciliare in forza alla Cooperativa ConVoi e specializzato con un Master in infermieristica di famiglia.
“Penso che quella sul territorio sia la vera infermieristica –spiega Vito- esercitare la professione tra le quattro mura di un ospedale è infatti molto diverso che farlo tra le pareti di una casa o di un salone”. Entrare in un Aps zeppa di pensionati è stata esperienza nuova anche per Vito.
- Qual è stato il primo impatto? Si ricorda il suo primo giorno in Borgo Ticino, ad ottobre?
“Lo ricordo benissimo perché ero un po’ agitato. Non avevo mai fatto qualcosa di simile, entrare in una comunità di persone è comunque ancora differente rispetto all’infermieristica di famiglia perché non hai di fronte una persona singola o un nucleo familiare, ma tanta gente con specifiche esigenze e che nei mesi precedenti si era già rapportata con altri colleghi”.
- Qual è stato quindi l’approccio?
“Inizialmente sono partito con le misurazioni più semplici, che sono però anche le più desiderate dagli anziani: pressione, frequenza cardiaca, saturazione dell’ossigeno, glicemia… poi però rivedi ogni mercoledì all’incirca le stesse persone e con loro si inizia a costruire un rapporto di counseling. Tra un ballo e l’altro la gente viene da te e misurare la pressione diventa a volte l’occasione per aprirsi con un infermiere e parlare dei propri piccoli bisogni”.
- Che cosa le chiede la gente mentre misura la pressione…
“Un po’ di tutto: qualche delucidazione sulla terapia, come funziona il glucosimetro quando magari hanno appena scoperto di essere diabetici, anche come attivare un nuovo servizio o come prenotare una visita, visto che adesso è molto richiesto l’uso del computer ma gli anziani si trovano in difficoltà con la tecnologia”.
- Le richieste restano confinate all’ambito sanitario o ha l’impressione che l’infermiere diventi anche una sorta di punto di riferimento sotto il profilo umano?
“Certamente alcuni hanno voglia anche di parlare delle loro criticità familiari. Sono tante le persone che vivono da sole e che comprensibilmente desiderano anche un confronto umano. Ecco perché mi piace parlare di counseling”.
- Considera questo un aspetto problematico o arricchente per la sua professione?
“Direi molto arricchente. Il contatto umano con le persone ti permette di sviluppare potenzialità che magari neppure immaginavi di avere. Questa esperienza ad esempio sta migliorando le mie doti comunicative, la capacità di ascoltare e di essere pronto a dare risposte, mi aiuta ad aprirmi maggiormente con la gente. Per questo è una esperienza che consiglio a tutti gli infermieri. E’ un grande campo d’azione per la propria professionalità ma anche per se stessi”.
- Un’esperienza che potrebbe quindi essere utile anche nel percorso di preparazione alla professione infermieristica?
“Sì, penso che dovrebbe diventare un’esperienza obbligatoria per gli studenti, che spesso si laureano senza avere conoscenza del mondo del territorio ma solo di una corsia. E penso anche che i progetti in elaborazione sia a livello regionale che nazionale dovrebbero tramutarsi in qualcosa di organico affinchè la figura dell’infermiere di famiglia possa quanto prima aggiungersi a quella del medico di famiglia”.
Daniela Scherrer
Me l'hanno raccontato e ancora, dopo ore, faccio fatica a crederci perchè non è possibile che ci sia qualcuno così.
"Il figlio di un uomo che sta morendo è in corridoio e sta telefonando non si sa a chi ma probabilmente un parente, dicendogli che non c'è più niente da fare, che è inutile sperare in un miglioramento e che se anche si sente qualcun altro, non è mica Dio, oramai non si può più fare niente. Ad un certo punto esce da una stanza un'infermiere che dice al signore c...he non può stare in corridoio e che se deve telefonare deve uscire.".
Provate ad immaginare la scena: la disperazione di quel figlio, l'Infermiere che dice una frase così, lui che forse non comprende a pieno ciò che gli è stato detto ma si scusa e si sposta.
Chi mi ha raccontato questa storia mi ha detto che la criticità della situazione durava da almeno una settimana per cui quell'infermiere non poteva non sapere e non vedere.
Da questo racconto cosa concludo?
La sanità non è disumana, i contorni si.

Non sto buttando merda contro la mia professione che mi piace ancora. E' solo che non è possibile che un collega sia così insensibile, indifferente al dolore e al disagio altrui, così stupidio e distante all'altro.
E' vero quello che canta De Andrè e cioè che "il dolore degli altri è un dolore a metà" però, non può esserlo per chi fa una professione come quella infermieristica. Non dobbiamo farci carico del dolore degli altri però capirlo si. Sarò un illuso, sarò un povero sognatore, sarò quello che si vuole, credo però che fare l'Infermiere sia altro, soprattutto capire la situazione, i vari contorni.
 

Ecco il primo pezzetto d'umanità, di solidarietà, di condivisione, di tutto quello che vogliamo per vivere bene. Una mano tesa dopo l'appello lanciato per un obiettivo da raggiungere insieme: 40 sostegni scolastici presso il nostro Comedor Infantil in Guatemala. Oggi è arrivato il primo. Ne mancano solo 39. Manca poco, vi aspettiamo!!!!!
Grazie alla Provincia Pavese, al suo direttore e a tutti i giornalisti che sono sempre sensibili e disponibili.
Quando in una bottega piccola (dove in due persone si fa fatica a starci dentro) come la nostra, che promuove prodotti di cooperative lombarde, per il secondo anno consecutivo si arriva con il passa parola a vendere 500 panettoni prodotti da carcerati (Carcere Beccaria di Milano) usando materie prime del contadino e a km giusto, significa che la gente, attenta a quello che spende (un panettone che pesa un chilogrammo ha un costo in bottega di 23 euro), ha voglia di mangiare b...ene, buono, sano, meglio se etico ad un prezzo giusto.
Lo stesso vale per il cioccolato, per i biscotti, per il caffè e per tutti quei prodotti che promuoviamo in bottega, nella nostra piccola bottega, dove tutti noi siamo volontarie e abbiamo fatto una scelta ben precisa: far conoscere attraverso i loro prodotti, tutte quelle realtà sociali, cooperative, laboratori della Lombardia o comunque a Km giusto che credono che il cibo e la sua trasformazione sia una cosa importante che necessita di rispetto dei tempi della natura e dell'uomo. A noi preme innanzitutto raccontare che i prodotti che vi proponiamo portano con se una storia, un'idea e una lavorazione che richiedono tempo, energie ed impegno che hanno certamente un prezzo - quello giusto - ma soprattutto un grande valore.

Antonella, Federica, Giulia, Serena, Vittoria
Socie Volontarie di “Prese Nella Rete”, Corso Garibaldi 16, Pavia

domenica 17 dicembre 2017

“Presi nella Rete”. Intervista a Giulia Dezza
di Daniela Scherrer - Giornalista -

Educare alla solidarietà è innanzitutto educare all’acquisto.
E garantire la qualità di quell’acquisto. Ecco allora che una cornice portafoto è elegante e diventa un regalo perfetto grazie alla bravura di chi l’ha realizzata e non perché l’artista è disabile. E quei biscotti al cioccolato si comperano perché sono buoni, non perché si aiutano i detenuti di una casa circondariale.
Ecco spiegata in breve la filosofia alla base della scelta di cinque donne intraprendenti, che hanno deciso di investire denaro, forze e creatività nella onlus “Presi nella rete”, che si è concretizzata nel negozio di Pavia, in corso Garibaldi: Giulia, Serena, Vittoria, Antonella e Pinuccia.
Il “fil rouge” di tutta l’attività è lavorare con le realtà sociali del territorio lombardo - l’ormai famoso chilometro zero - per aiutare loro, ma anche il Sud del mondo.
Un discorso che va oltre il sostegno di un progetto con gli avanzi di cassa, ma che punta a reinvestire questi ultimi per ingrandire sempre di più quel progetto, finanziarne di nuovi ed anche appoggiare realtà del profit che hanno progettualità stabili.
“Presi nella Rete” affonda le sue radici in una precedente esperienza, datata 2004 e alimentata dalla Cooperativa sociale pavese “La Piracanta”.
La volontà era quella di sostenere un progetto che prevedesse un negozio in cui dare spazio ai prodotti artigianali di altre Cooperative del territorio.
E proprio Giulia Dezza, una delle socie di “Presi nella Rete” fu l’anima di questo negozio per dieci anni, prima che la Cooperativa concludesse il progetto.
Giulia fa parte anche di Ains, la onlus che è attiva in Guatemala e che ha avuto grossa parte anche nella nascita di “Presi nella Rete”.
Se oggi Giulia, che tradizionalmente preferisce i fatti alle parole, ha accettato di raccontare la sua esperienza è perché spera che il cammino percorso, la trafila affrontata e anche le difficoltà incontrate possano servire ad aiutare altre persone di buona volontà a ripetere simili iniziative.
Innanzitutto Giulia è la testimonianza concreta di come l’entusiasmo e la caparbietà di arrivare ad un risultato positivo, ma anche la volontà di crescere e di formarsi, alla fine risultino vincenti.
Giulia infatti nel 2004 si è trovata a intraprendere un’avventura completamente nuova: non proveniva dal mondo del sociale, non conosceva la realtà delle Cooperative e quindi si trovava a dover riempire gli scaffali di un negozio vuoto partendo proprio da zero.
Giulia, quali sono stati i primi passi che hai compiuto?
“Non avendo nulla da vendere come Cooperativa La Piracanta, il primo passo è stato quello di cercare e contattare Cooperative del territorio che avessero produzioni artigianali da mettere in commercio, centri per disabili e anziani, carceri”.
Da quale ambito sono giunte le prime disponibilità?
“Dalle realtà legate alla disabilità, che hanno dimostrato subito grande interesse. Penso ai centri diurni per disabili, ad esempio, che al loro interno hanno ampi laboratori produttivi e che hanno colto al volo l’opportunità di entrare nella società con i loro prodotti. Gli oggetti realizzati non erano più esposti solo in occasione di feste ed Open Day interni, ma andavo sugli scaffali di un negozio per essere visti da tanta gente e venduti. Questo aiutava a crescere e stimolava innanzitutto l’utente del centro. Poi a ventaglio ci siamo allargati a Cooperative di altri settori, che magari inizialmente avevano trovato maggiori difficoltà perché non erano strutturate al loro interno per produzioni di un certo tipo o avevano problemi a individuare referenti di laboratorio”.
Quali le difficoltà maggiori che si incontrano?
“I problemi interni a queste strutture, di ordine burocratico, che portano a dilatare i tempi di inizio di una collaborazione.
E con alcune Cooperative inizialmente anche una certa diffidenza, nei confronti miei e delle altre Cooperative partecipanti.
Sembrava ci fosse quasi paura a confondere “orticelli” diversi.
Non è stato facile presentarmi come Cooperativa sociale che voleva vendere prodotti di altre Cooperative.
Ci sono voluti un paio d’anni per stringere legami con una decina di Cooperative”.

Sveliamo un segreto… Proprio la difficoltà iniziale a riempire il negozio è stata alla base di una intuizione che è diventata poi la molla scatenante… Parlo degli ormai celebri “gatti neri” sagomati per gli stipiti di porte e finestre che sono il vostro elemento distintivo…
“Sì, la difficoltà dell’inizio, quando in negozio entrava poca gente e i tempi di attesa erano lunghi, ho cercato qualcosa che potesse diventare autoproduzione. Ed ecco l’idea dei gatti neri, proprio come creatività anti-noia. Devo dire che ha funzionato molto bene, davvero. Poi si è aggiunta anche la proposta delle bomboniere, tutte confezionate con prodotti equo-solidali o a chilometro zero”
Quando si lavora con queste Cooperative c’è il rischio di avere prodotti qualitativamente inferiori a certi standard, oppure non ti sei imbattuta in queste difficoltà?
“In verità mi è capitato molto raramente di imbattermi in standard qualitativi non all’altezza. Quasi sempre, anzi, questi standards erano decisamente elevati. E questo credo sia uno dei segreti alla base della riuscita di un progetto. Intendo dire che è il bel prodotto e rendere valido il progetto, non viceversa. Noi abbiamo il negozio in pieno centro a Pavia, è chiaro che avvicini veramente la gente al sociale solo se rifuggi dal pietismo. Se un oggetto non è gradevole magari lo acquisti perché cerchi di aiutare un “poverino, poco fortunato”. Ma non è la giusta base su cui lavorare.
Devi vendere un prodotto perché vale veramente, solo in quel caso l’acquirente vede l’artista e non più il disabile, il tossicodipendente, il detenuto. E tornerà in negozio perché soddisfatto”.

Proviamo a tracciare l’identikit del cliente medio di un negozio come il vostro…
“Inizialmente, come è facile immaginare, i clienti erano gli amici della Cooperativa. Poi, quando il negozio si è trasferito vicino a una bottega equo-solidale, abbiamo cominciato a ereditare anche una parte della clientela etica, legata al mondo del sociale. Adesso abbiamo davvero una clientela composita: dallo studente universitario che da noi trova idee originali a prezzi contenuti fino alla cosiddetta “Pavia bene” che cerca oggetti esclusivi.
Il bello è che tutti sono interessati anche al progetto che sta dietro al prodotto che acquistano.
Abbiamo tratto indubbio vantaggio dallo spostamento ancora più in prossimità di corso Cavour, e quindi del cuore della città, in un ambiente che si presta particolarmente al nostro target anche esteriormente: una forma particolare, soffitti in legno che danno agli oggetti una luce speciale. Credo poi sia indispensabile una regola che consiglio a tutti: relazionarsi con chi entra in negozio. Un buongiorno e un sorriso non costano niente, ma sono già un ottimo biglietto da visita”.

E la vetrina? Quanto conta in un’attività di vendita?
“Tantissimo. Una bella vetrina è fondamentale per convincere il potenziale acquirente ad entrare. Del resto quella del vetrinista è una professione ambita, ricercata e ben pagata… Non essendo però vetrinista io ho dovuto capire alcuni dettagli durante il mio percorso. Inizialmente tendevo ad esporre i prodotti a seconda delle realtà di provenienza, poi ho capito che la gente preferisce ammirare in vetrina prodotti diversi e combinati: ad esempio un abito corredato a un gioiello e a qualche accessorio complementare”.
Che cosa auspica per il futuro di questa vostra realtà?
“Che migliori la comunicazione, a livello informativo.
"I clienti che entrano in negozio chiedono molte informazioni, è importante darle sia con materiale cartaceo ma anche attraverso il web. La nostra pagina facebook ha riscontrato molti consensi e con i volontari stiamo allestendo anche il sito. Strumenti indispensabili al giorno d’oggi. E naturalmente c’è bisogno sempre più di volontari, con una connotazione ben specifica: non solo gente che stia in bottega, ma che sia anche disponibile a conoscere i progetti, incontrare le Cooperative. E comunque, riguardo ai volontari, c’è bisogno sempre più di formazione.
E’ necessario inquadrarne le attitudini. C’è chi è portato alla vendita, chi ad allestire la vetrina, chi magari a tenere in ordine il negozio. Io stessa avverto il bisogno di una maggior formazione, che possa integrare l’esperienza acquisita sul campo in questi anni”.

E quale ritiene sia la “vittoria” più importante ottenuta?
“Il fatto che stia nascendo una rete vera anche tra le Cooperative. Spesso oggi sono proprio quelle con cui già lavoro a propormi nomi nuovi di realtà che hanno conosciuto e che ritengono idonee a far parte del progetto. Questo dà l’idea di una voglia di crescere concreta, che contrasta con quei casi di Cooperative sociali che, magari, avendo bisogno di un servizio di pulizie opta per una impresa piuttosto che per una Cooperativa come loro”
Un’ultima domanda: che consiglio si sente di dare a chi vorrebbe replicare altrove la vostra esperienza?
“Il mio consiglio è essenzialmente uno: crederci veramente, perché è un’esperienza che può funzionare e noi siamo qui a dimostrarlo. E poi mi sento di dire che è fondamentale il contatto diretto con le Cooperative, una visita periodica e un rapporto costantemente alimentato. Sicuramente è faticoso, ma decisivo. E anche gratificante, perché arricchisce oltre alla semplice presenza in negozio”.