lunedì 14 agosto 2017

Ho chiesto a Daniela Scherrer, amica, giornalista professionista e amante della scrittura, di regalarci un racconto breve partendo da una parola: BARACCOPOLI.

Buona lettura.

"Ricordava poco o nulla di quel giorno di agosto. Solo lo sguardo fugace di sua madre mentre lo stava mettendo tra le braccia di una donna dalla pelle bianca come il latte e dai capelli giallo sole. Aveva solo tre anni e i suoi occhi erano ancora troppo giovani e ingenui per capire che sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe visto la mamma. Quella vera. Perché da quel giorno sarebbe stata la donna bianca a chiamarlo figlio. Carlitos aveva passato notti intere a frugare nella sua mente per cercare altri ricordi. Mesi, forse anni in cui quando andava a dormire riviveva quell’intreccio di sguardi e braccia femminili che avevano segnato per sempre la sua vita. Senza che egli avesse mai potuto dire qualcosa. Due donne che avevano deciso al suo posto. Così pensava. Solo una parola era rimasta ben impressa nella sua mente di bambino. Baraccopoli. La donna bianca l’aveva pronunciata più e più volte mentre parlava forte con la sua mamma nera. Sembrava quasi una sorta di “parola magica” per giustificare l’addio. Di questo ne era convinto Carlitos, anche se non sapeva che cosa volesse dire. Ma il suo cuore di bambino, in qualche modo, aveva percepito che la mamma non si sarebbe mai separata da lui se quella parola non fosse rimbalzata con prepotenza tra le lamiere della sua casa e di tutte le altre ammassate e sovrapposte alla sua. Aveva giurato a se stesso che avrebbe studiato per arrivare un giorno a capire il significato della parola “baraccopoli”.


Dei giorni successivi alla sua partenza aveva ricordi molto confusi. Le carezze e i sorrisi della donna bianca, dolci e gentili ma in cui non riusciva a trovare l’affetto della mamma. Poi il lungo viaggio, in auto e in aereo, per arrivare a quella che sarebbe diventata la sua nuova casa. E ancora la febbre, i dottori, la stanchezza, quel senso di novità che stava in mezzo tra paura e scoperta.
Ma la vita, anche per Carlitos, aveva fatto il suo corso. La donna bianca era diventata sempre meno straniera e più madre. Anche perché –gli era stato detto- la mamma nera non lo aveva voluto, aveva cercato di disfarsene senza pietà e per fortuna la bella e brava signora bianca lo aveva salvato dalla morte. Con lei mangiava cose buone, si divertiva, aveva tanti giochi. Scopriva un mondo così diverso dalla polvere che aveva respirato e mangiato nei primi tre anni di vita. E quel mondo gli piaceva. Anche se forse non del tutto. Ogni volta che ripensava agli occhi di quella donna nera un velo di tristezza si impossessava di lui. La donna che lo guardava dolcemente mentre giocava coi rami dell’albero, con le formiche della terra, con le nuvole che vedeva rincorrersi nel cielo. Aveva solo tre anni, troppo pochi per capire il mondo ma abbastanza per sentirsi libero anche in una baraccopoli, laddove il niente diventa tutto, se condito con la fantasia di un bambino.


Carlitos intanto cresceva, si era fatto un bambino spigliato e intraprendente. A scuola era bravo. Non proprio il primo della classe, ma quasi. Non studiava tanto. Ma ascoltava tutto- Faceva domande e, se era il caso, teneva testa alle insegnanti. Finchà un giorno, studiando i contrasti tra ricchi e poveri, si parlò di Parigi e della sua “banlieue”: un tentativo di integrazione fallito miseramente e ridotto a ghetto della capitale francese. “E’ poco più di una bidonville –spiegò l’insegnante- quella che in Italia chiamiamo baraccopoli”.
Carlitos sentì il sangue gelarsi nelle vene. Da quanto tempo cercava il significato di quella parola ed ora, da dietro una cattedra, una voce come uno schiaffo gli aveva sbattuto in faccia la verità. “Città della spazzatura, delle baracche…”, la voce dell’insegnante si allontanava sempre di più e nella mente di Carlitos picchiava forte il rimbombo della parola pronunciata dalla sua mamma bianca. “Baraccopoli”, poi ancora “baraccopoli” e tante volte ancora “baraccopoli” mentre per l’ennesima volta si consumava nella testa e nel cuore del ragazzo lo scambio di braccia tra due donne.
Dunque era quella la colpa della sua mamma nera? Costringerlo a crescere in una baracca, in una città della spazzatura… per questo allora lo avevano portato via dalle sue lamiere ingarbugliate, ma anche dalle formiche, dalle nuvole e dalla sua libertà? Questa la risposta a una domanda che rimbalzava da anni tra mente e cuore senza dargli pace. La verità si era palesata a lui grazie a una parola: baraccopoli. Carlitos tornò a casa ed entrando in cucina affrontò la madre bianca: “Dimmi. Perché quel giorno mi hai strappato dalle braccia della mia madre nera? Perché non volevi che crescessi tra la polvere? Io amavo quella baraccopoli. E mamma amava me. Per questo mi ha dato a te, vero? L’avevi convinta che sarei stato meglio altrove”.
La donna bianca rimase pietrificata. In un istante comprese quello che per anni le era rimasto oscuro, accecata dal suo egoismo e dall’ansia di soddisfare la voglia di maternità. Non seppe fare altro che prendere la mano di Carlitos mentre due lacrime le rigavano il volto. Non aveva parole per spiegare.
Ma proprio in quel silenzio si compì la straordinaria maturazione del ragazzo. Carlitos riuscì a spegnere la rabbia e a comprendere che anche il gesto della madre bianca –seppur sbagliato- era stato solo amore nei suoi confronti.
Baraccopoli…. Laddove si consuma l’estrema povertà… Ma da quel giorno ogni volta che sentiva quella parola a Carlitos un angolo del cuore sorrideva. Là dove stava il ricordo del gesto d’amore di entrambe le sue mamme.

Santa Gertrudis ed il Progetto El Comedor

In Guatemala esiste un luogo non luogo, una baraccopoli dal nome Santa Gertrudis. Lontano migliaia di km dal nostro benessere. Nel Continente Americano, tra Messico, Belize, Honduras e Salvador. In questo paese latino americano si trova la comunità di cui stiamo parlando, a circa 90 km dalla capitale in direzione Chiquimula.
Il clima è secco e caldo. Il territorio è attraversato dal fiume Rio Motagua, che con suo procedere lambisce anche le periferie del villaggio prima di continuare la sua corsa verso l’Oceano Atlantico. L’ambiente naturale circostante, a differenza di gran parte del Guatemala, è abbastanza brullo e poco rigoglioso. Sullo sfondo domina la vista di imponenti montagne.
Perché vi racconto tutto questo? Semplicemente perché le circostante della vita e la sincronicità degli eventi mi hanno permesso di conoscere le persone che compongono la A.I.N.S. Onlus attiva sul territorio lombardo per aiutare i bambini di Santa Gertrudis affinché passano ricevere un concreto aiuto formativo ed abbiamo la possibilità di costruirsi un domani a dispetto della crudezza dell’ambiente in cui sono nati.

Come si diceva all’inizio, nell’aldea di Santa Gertrudis le condizioni urbane e socio-economiche sono caratterizzate da uno status di grande povertà. Le abitazioni, in cui vivono i nuclei familiari e tanti, tanti bambini, sono per lo più di legno, di piccola dimensione e senza acqua corrente. Molte sono ancora prive di luce elettrica. L’economia del luogo è fondata sulla sussistenza e sulla sopravvivenza quotidiana. Povertà e precarietà, sue aspetti dello stesso dramma.
Per fortuna però da oltre un anno esiste una luce di speranza in questo buio: esiste una bella e vivace realtà che ha il nome di El Comefor. Ogni giorno 35 bambini trovano in questo luogo un sicuro punto di appoggio. Inoltre, quotidianamente, centinaia tra bimbe e bimbi vi si recano per istruirsi ed apprendere le conoscenze necessarie per costruirsi un domani, un modello di vita migliore. Una piccola oasi in mezzo a tanta povertà. Un luogo dove A.I.N.S. opera e realizza, nel concreto, le proprie iniziative di solidarietà.
Un luogo di speranza…
Ecco perché vi ho raccontato tutto ciò, perché è di speranza che si deve alimentare la nostra azione quotidiana affinché tutti insieme si incida sul presente in modo tale da renderlo più confacente, per mettere le basi per uno sviluppo sostenibile che non metta nessun uomo sopra un altro, che generi un benessere diffuso e socialmente etico.
Non credi?
A.I.N.S. Onlus – Associazione Italiana Nursing Sociale

Tratto da: https://occhioprivato.wordpress.com/2017/02/05/santa-gertrudis-ed-il-progetto-el-comedor/
Scusandomi con Simona Lisi a cui rubo la foto della sua pagina facebook, mi è piaciuta tantissimo, vi disturbo brevemente per dirvi chi è l'artefice principale del progetto "Muro della Solidarietà": Vittorio Pini. Le cose belle vanno raccontate per cui è importante che si sappia che il progetto Muro della Solidarietà è merito, in Italia, principalmente di Vittorio che, rientrato dopo la permanenza presso il nostro Comedor Infantil, ha deciso di impegnarsi concretamente raccogliendo il denaro per finanziare il progetto. Di seguito pubblichiamo l'articolo apparso l'11 dicembre 2016 sulla Provincia Pavese dove Vittorio racconta il suo viaggio . Come sempre i progetti si realizzano se c'è un lavoro di squadra, per cui noi di Ains onlus ringraziamo Vittorio, gli amici dell'Asociacion Siervo De Dios Moises Lira Serafin i donatori e i muratori che stanno costruendo il Muro della Solidarietà.
Grazie e buona lettura


VOLONTARIO IN GUATEMALA PER AIUTARE I POVERI
Ex fisioterapista 69 enne per mesi all’estero con le associazioni di volontariato.
VOGHERA. Ha lasciato Voghera per seguire progetti rurali di agricoltura sostenibile nelle aziende biologiche del centro America, ma una volta giunto in Guatemala ha deciso di fermarsi in una struttura che aiuta i bambini poveri. Vittorio Pini è un 69enne massofisioterapista vogherese in pensione e da oltre una settimana si trova al Comedor Infantil di La Champa come volontario dell'associazione Ains Onlus di Pavia, che si occupa di emarginazione sociale in Guatemala.

«Rimarrò qui in tutto quindici giorni, poi proseguirò con le mie attività nelle aziende biologiche, ma questa è davvero l'esperienza più toccante del mio viaggio. Qui a La Champa molti piccoli e le loro famiglie vivono in condizioni terribili: ho visto l'estrema miseria e il degrado che attanaglia queste popolazioni, in un villaggio sulla principale arteria del Paese, tappa del notevole traffico verso il porto atlantico. La struttura si occupa delle cure mediche e ha uno spaccio alimentare».
Vittorio si presta a dare una mano su molteplici settori: «Collaboro a tutte le attività della routine quotidiana, dalle pulizie generali, alla preparazione del cibo per i circa 30 bambini che si fermano per il doposcuola. Ho lavorato come massofisioterapista, ora sto anche praticando un po' di terapia ad anziani bisognosi, impartendo ai loro famigliari alcune norme comportamentali. Condivido con le donne che frequentano il Comedor la preparazione di pizza, risotti e pasta all'italiana».

Un'esperienza a tutto tondo, in un contesto che regala emozioni e grandi soddisfazioni: «Grazie alle attività dell’associazione Ains diminuiscono drasticamente i bocciati e anche l'abbandono scolastico. E poi ci sono i benefici sulla salute: tra medicine e buona alimentazione, i bambini stanno davvero meglio». In attesa di ritornare a La Champa, l'avventura di Vittorio presto riprenderà, seguendo un altro progetto etico: «In America Latina pratico il woofing, ovvero lavoro in cambio di ospitalità in aziende che fanno agricoltura biologica. Sono stato a Cuba, poi in Messico a casa di un giovane amico di Pavia che vive a Mahalual, e dopo sono stato una ventina di giorni in Costa Rica. A metà dicembre mi sposterò in Argentina, a febbraio sarò in Cile nell'isola di Chiloé».

EL MUNDO CAMBIA CON TU EJEMPLO,NO CON TU OPINION


venerdì 28 luglio 2017

E si, lavorano tantissime i muratori guatemaltechi sotto controllo della gatta principessa. Il muro cresce veloce. Per correttezza postiamo anche il bonifico di 2 mila euro













giovedì 27 luglio 2017

Un passettino alla volta arriveremo alla meta

Da sempre, da quando abbiamo iniziato l'avventura in Guatemala, la nostra scelta prioritaria è stata quella della legalità (oltre, naturalmente, alla continuità progettuale). Perche? Perche' pensiamo che fare cooperazione non possa essere far lavorare in nero le persone, pagarle meno, risparmiare,ecc,ecc,ecc. Ecco allora la prima rendicontazione relativa ai lavori da poco iniziati. Rendicontazione,fatture,ricevute,saldo dei soldi inviati per dimostrare la concretezza del nostro agire.